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- Zegna internalizza oltre il 60% della produzione grazie a una filiera di 30 aziende.
- 250 milioni di euro investiti annualmente da Zegna in vari settori.
- Personalizzazione genera oltre il 10% del fatturato di Zegna.
- Perdita giornaliera stimata di 9,7 milioni di euro nel settore moda italiano.
- Export di Firenze diminuito del 16,5%, con una perdita di 778 milioni di euro.
Zegna: un modello di filiera integrata nel lusso globale
Il settore del lusso italiano sta attraversando una fase di trasformazione cruciale, dove la capacità di competere a livello globale dipende sempre più da strategie innovative e consolidate. In questo panorama, il caso di Ermenegildo Zegna emerge come un esempio significativo di successo. L’azienda ha saputo integrare una filiera produttiva completa, valorizzare il proprio marchio e adottare una visione strategica orientata al futuro, conquistando una posizione di rilievo nel mercato mondiale. Zegna, infatti, non si limita a essere un brand di lusso, ma rappresenta un vero e proprio ecosistema produttivo. L’azienda ha investito ingenti risorse nel controllo diretto della filiera, a partire dalla selezione delle materie prime di alta qualità, come la lana pregiata proveniente dall’Australia, fino alla tessitura, alla confezione e alla distribuzione dei prodotti finiti. Questo controllo capillare garantisce elevati standard qualitativi, tracciabilità e, soprattutto, un impegno crescente verso la sostenibilità. Quest’ultima è diventata un elemento imprescindibile della strategia di Zegna, con iniziative concrete volte a ridurre l’impatto ambientale e a promuovere pratiche etiche lungo l’intera catena del valore. Secondo quanto dichiarato dal CEO del gruppo, Gildo Zegna, per realizzare prodotti di lusso è fondamentale conoscere a fondo ogni singolo componente, dalla fibra di lana al tessuto, fino ai bottoni e agli altri accessori. La filiera di Zegna, composta da circa 30 aziende, permette di internalizzare oltre il 60% della produzione, garantendo un vantaggio competitivo considerevole. L’azienda investe circa 250 milioni di euro all’anno in diversi settori, tra cui l’industria, la rete di negozi, la ricerca e lo sviluppo e il marketing, con un focus particolare sulla filiera e sulla valorizzazione della “lentezza” come fattore distintivo di eccellenza. Zegna, inoltre, sta investendo nella personalizzazione dei prodotti, un servizio che genera già oltre il 10% del suo fatturato, e nella costruzione di nuove fabbriche, come quella dedicata alle calzature a Parma, con l’obiettivo di internalizzare ulteriormente la produzione.
L’effetto domino Prada-Versace: una svolta per il Made in Italy?
L’eventuale acquisizione di Versace da parte di Prada viene interpretata da Gildo Zegna come un’opportunità per riportare un marchio iconico in mani italiane. Tuttavia, al di là di questa singola operazione, quali implicazioni potrebbe avere per il sistema moda italiano nel suo complesso? Il settore, infatti, si trova ad affrontare sfide significative, come dimostrano i recenti dati che evidenziano un calo delle esportazioni e della produzione. Molti marchi storici sono stati acquisiti da gruppi stranieri, riducendo il controllo italiano sul settore. In questo contesto, un’operazione come quella tra Prada e Versace potrebbe rappresentare un’inversione di tendenza, un tentativo di rafforzare il Made in Italy e di preservare il know-how nazionale. Nonostante ciò, alcuni esperti ritengono che il controllo straniero possa apportare benefici, come una maggiore capitalizzazione e una gestione più efficiente. Le piccole e medie imprese familiari, che costituiscono la spina dorsale del settore moda italiano, spesso incontrano difficoltà nel competere con i grandi gruppi internazionali e potrebbero trarre vantaggio dall’esperienza e dalle risorse di un proprietario straniero. D’altro canto, la perdita di controllo italiano potrebbe comportare una minore attenzione alla qualità e alla tradizione artigianale, elementi fondamentali del Made in Italy. In definitiva, l’acquisizione di Versace da parte di Prada potrebbe rappresentare un’opportunità per il sistema moda italiano, ma solo se accompagnata da politiche di sostegno alle imprese, dalla promozione della sostenibilità e da investimenti in innovazione. È necessario un approccio strategico e coordinato per garantire che il Made in Italy continui a essere un simbolo di eccellenza e creatività a livello globale. Il contesto attuale mostra un calo delle esportazioni e della produzione nel settore moda italiano, con una perdita giornaliera stimata di 9,7 milioni di euro nei primi sei mesi del 2024. In particolare, si sono registrate perdite significative in mercati chiave come la Svizzera (-54,9%), il Regno Unito (-9%) e la Germania (-7,1%). A livello provinciale, Varese ha subito una perdita di 199 milioni di euro (-28,7%), mentre Firenze, uno dei centri nevralgici della moda di lusso, ha visto diminuire l’export del 16,5%, con una perdita totale di 778 milioni di euro. Confartigianato Moda ha sollecitato il governo italiano a intervenire con urgenza, chiedendo misure straordinarie per sostenere le imprese in crisi, come la sospensione dei versamenti tributari, l’estensione della Cassa integrazione in deroga e una moratoria sul rientro dei prestiti garantiti.

Strategie e sfide per il Made in Italy nel mercato globale
Le imprese italiane del settore moda, fashion e luxury sono da sempre oggetto di interesse da parte dei grandi gruppi stranieri. Nel corso degli anni, molti brand storici del Made in Italy, da Valentino a Gucci, sono finiti in mani estere. Dopo la pandemia, si prevede una nuova ondata di acquisizioni straniere sul mercato italiano della moda. Le imprese del settore moda in Italia sono particolarmente appetibili per via delle loro dimensioni: si tratta prevalentemente di piccole e medie imprese (PMI), facilmente scalabili. Inoltre, molte di queste aziende sono a conduzione familiare, il che può comportare problemi legati al passaggio generazionale. Un esempio emblematico è il caso di Pomellato: quando il fondatore, Pino Rabolini, ha deciso di cedere l’azienda e il figlio ha manifestato disinteresse, è stato costretto a vendere ai francesi del Gruppo Kering. Pertanto, le imprese familiari che non riescono a superare il passaggio generazionale e le PMI che non riescono a crescere dimensionalmente, a causa della mancanza di finanziamenti interni, rappresentano i soggetti più vulnerabili alle acquisizioni da parte dei gruppi stranieri. Tuttavia, questo scenario presenta anche dei vantaggi: le piccole dimensioni favoriscono la flessibilità, mentre la gestione familiare permette una maggiore rapidità decisionale. Nonostante ciò, nel momento in cui si desidera crescere, queste caratteristiche possono rappresentare un limite. Marchi come Fendi, Bulgari e Valentino sono stati acquisiti da tempo, mentre uno degli ultimi casi è quello di Versace, comprato dagli americani di Capri Holdings. Nonostante le acquisizioni, la produzione non ha perso la sua italianità e spesso i direttori creativi sono rimasti italiani. Nessun gruppo, infatti, sarebbe così imprudente da acquisire un’impresa che ha nel brand e nello stile il suo punto di forza e poi sradicarla. Anzi, in alcuni casi, come nel caso di Balenciaga, si è lavorato a lungo sugli archivi per recuperare l’idea e il valore dell’azienda e riproporli con nuove interpretazioni. Confartigianato ha proposto di rafforzare le misure di sostegno all’export, semplificando le procedure di accesso ai prestiti Simest per la partecipazione a fiere internazionali e la patrimonializzazione delle imprese. Inoltre, viene richiesta una spinta verso la sostenibilità, incentivando l’acquisto di capi rigenerati provenienti da filiere certificate, una mossa che potrebbe non solo favorire la transizione ecologica del settore, ma anche aprire nuove nicchie di mercato. Il sistema della moda italiana, da sempre fiore all’occhiello del Made in Italy, sta affrontando una crisi profonda, come confermato dai recenti dati rilasciati da Confartigianato Moda.
Il futuro del Made in Italy: tra tradizione e innovazione
Il futuro del Made in Italy nel settore della moda dipende dalla capacità di coniugare tradizione e innovazione, valorizzando il patrimonio artigianale e creativo che lo contraddistingue e, al tempo stesso, adottando strategie competitive adeguate al mercato globale. La digitalizzazione, la sostenibilità e la personalizzazione dei prodotti rappresentano le principali leve per affrontare le sfide attuali e garantire la crescita del settore. È fondamentale investire nella formazione di nuove figure professionali, capaci di integrare competenze tradizionali e digitali, e sostenere le imprese che puntano sull’innovazione e sulla ricerca. Inoltre, è necessario promuovere la collaborazione tra le diverse realtà del settore, creando sinergie e reti di impresa in grado di competere con i grandi gruppi internazionali. Il governo italiano, infine, deve svolgere un ruolo attivo nel sostegno al Made in Italy, attraverso politiche industriali mirate, incentivi fiscali e la promozione del marchio Italia sui mercati esteri. Solo in questo modo sarà possibile garantire un futuro prospero al settore della moda italiana e preservare un patrimonio culturale ed economico di inestimabile valore. Le strategie di successo implementate da Ermenegildo Zegna offrono spunti interessanti per le aziende italiane del lusso. Il controllo della filiera, l’attenzione alla sostenibilità e la capacità di innovare rappresentano elementi chiave per competere a livello globale. L’operazione Prada-Versace, se concretizzata, potrebbe rappresentare un’opportunità per il sistema moda italiano, ma è necessario un impegno collettivo per affrontare le sfide attuali e garantire un futuro di successo al Made in Italy.
Amici, spero che questo viaggio nel mondo del lusso italiano vi sia piaciuto. Dietro marchi prestigiosi e passerelle scintillanti, si celano dinamiche economiche complesse che possono influenzare il nostro quotidiano. Un concetto fondamentale da tenere a mente è la diversificazione del rischio.
In parole semplici, non mettere tutte le uova nello stesso paniere.
Questa strategia, applicabile a qualsiasi ambito della vita finanziaria, ci suggerisce di non concentrare i nostri investimenti in un unico settore o asset, ma di distribuirli in modo da ridurre l’impatto di eventuali eventi negativi. Un’azienda che diversifica la sua produzione o un investitore che distribuisce il suo capitale su diverse asset class sono entrambi esempi di come questo principio possa proteggerci dalle fluttuazioni del mercato.
A livello più avanzato, possiamo parlare di analisi del ciclo di vita del prodotto. Ogni prodotto, incluso un marchio di lusso, attraversa diverse fasi: introduzione, crescita, maturità e declino. Un’azienda lungimirante deve essere in grado di anticipare queste fasi e di adattare la propria strategia di conseguenza, investendo in nuovi prodotti o mercati per compensare il declino di quelli esistenti.
Vi invito a riflettere su come questi concetti possano essere applicati alla vostra vita finanziaria. Quali sono i vostri “paniere” e come potete diversificare i vostri rischi? Quali sono i “cicli di vita” dei vostri investimenti e come potete anticipare i cambiamenti del mercato? La risposta a queste domande potrebbe fare la differenza tra un futuro finanziario sereno e una cocente delusione.